“Requiem per un sogno”: memorie di chi vuole dimenticare

“I vari isolati sono come città sotto assedio, circondate dal nemico che cerca di affamarle fino alla resa, solo che il nemico è all’interno. […] Il nemico erode la forza di volontà in modo che nessuno può resistere: non è solo desiderio, è bisogno, bisogno di quello stesso veleno che li ha ridotti in uno stato tanto pietoso; […] e questa ossessione, questo terribile bisogno fisico corrompono l’anima, e alla fine li riducono peggio che animali, peggio che animali feriti, peggio di qualunque cosa, peggio di tutto quello che non avrebbero mai voluto essere.”

Come sono arrivati a questo punto? Avrebbero mai pensato di ridursi a quel modo, così fragili, vulnerabili, drogati? Questi sono i pensieri di Harry Goldfarb, Marion Silver e Tyrone C.Love, tre giovani ragazzi uniti dall’amicizia e da una dipendenza. Fin qui potrebbe sembrare una classica storia sulla droga e sull’eroina, ma questo romanzo è molto di più: conoscendo la nostra  quarta protagonista, Sara Goldfarb, madre di Harry, notiamo come la sua vita sia ossessionata e scandita dalla televisione e dai suoi programmi. Quindi ci chiediamo: cos’è una droga?

L’autore, Hubert Selby Jr, ci mostra una società disfatta abitata da individui privi di uno scopo e abbandonati a sé stessi. Nessuno sa più chi è, tutti si affannano cercando un’identità da prendere in prestito, senza rendersene davvero conto. Una frase significativa in questo senso riguarda Harry: “la nausea continua e lui a poco a poco smette di lottare e si arrende a quella cosa vuota, malata, morta che ha dentro di sè e tutto il dolore e la paura e l’angoscia diventano un unico velo di disperazione che lo avvolge e quasi lo conforta ora che la lotta è finita, e allora si appoggia bene indietro e fissa la tv, quasi interessato a quello che succede, cercando di recuperare la capacità di credere a quella menzogna per poter credere a quella che ha dentro.” Il giovane si sente precipitare in un abisso dal quale non riesce a risalire e in cui non vede la fine; la cosa più semplice da fare è mentire, mentirsi, abbandonarsi alla passività mentale a cui ci abituano alcuni programmi televisivi. Perchè è più semplice prendere la strada comoda che richiede pochi sforzi e poca dedizione; lottare giorno per giorno non è per tutti, e chi non sopporta questo peso quotidiano, si perde.

Si crea così una dipendenza da qualcosa che dia un senso alla sua vita. Infatti Sara, dal momento in cui viene chiamata come eventuale concorrente per un quiz televisivo, si dedica ad una dieta ferrea costituita solamente da una minima quantità di cibo e da molte pillole dimagranti, nella speranza di rivedersi in televisione raggiante come quando il marito era ancora in vita e il figlio aveva un futuro promettente. E come quando era splendida nel suo vestito rosso; il libro andrebbe letto anche solo per la storia costruita dietro questo vestito, che poi è anche la chiave di tutte le altre, una metafora dell’unico appiglio di speranza che porta i protagonisti a trascinarsi in quella sofferenza che è la loro vita. Harry e Marion usano la cocaina per condividere stati emotivi e rafforzare la propria relazione sentimentale, proiettandosi in una futura attività lavorativa che sarà dipesa dal denaro ricavato dallo spaccio di una grande quantità di droga; Tyrone infine soffre per la mancanza materna e cerca quell’affetto in relazioni occasionali, mostrando di non essere diventato un adulto maturo.

All’inizio del romanzo sembra che finalmente le vite di queste povere anime perdute abbiano una seconda possibilità, forse l’ultima; in effetti ce l’hanno, ma la sfrutteranno con coscienza? Una questione che avrà risposta solamente andando a conoscere le loro storie racchiuse tra le pagine. Nonostante la tematica piuttosto pesante, le parole scorrono velocemente, anche grazie allo stile di Selby, sintetico, chiaro e realistico.

Selby, che affida la causa di tutti i mali alla mancanza d’amore. L’affetto familiare è la lacuna più dolorosa che Marion, Harry, Tyrone e Sara provano; basterebbero forse quell’abbraccio, quelle parole di conforto, quella fiducia riposta che potrebbero ancora salvarli da loro stessi.

Sono rimasta profondamente colpita dalle storie dei personaggi, con i quali non credevo di poter costruire un rapporto di empatia così stretto, data la situazione in cui si trovano a vivere così lontana dal mio quotidiano; non fanno nulla per piacervi, comprese le scelte di vita sbagliate che continuano a ripetere, ma non potrete fare a meno di provare qualcosa per loro: se non empatia e affetto, almeno pena e pietà, rabbia e disprezzo. La solitudine quotidiana di Sara poi mi ha veramente spezzato il cuore, così come la fiducia infondata che ripone nel programma televisivo per il quale si prepara.

Avete letto questo romanzo, o visto la trasposizione cinematografica che ne è stata fatta, di Darren Aronosfky? Trovo che anche il film sia di forte impatto visivo, complici anche delle scene velocissime ricorrenti lungo tutta la pellicola, che riguardano per esempio la preparazione della droga. Gli attori mi sono piaciuti molto, in particolare Jared Leto nei panni di Harry e Ellen Burstyn in quelli di Sara. La storia è piuttosto fedele al libro, anche se troviamo alcune modifiche, che comunque non mi sono sembrate forzate o fuori luogo. Devo dire poi che è grazie al film che ho deciso di acquistare il libro, quindi vi consiglio di vedere anche la pellicola; Aronofsky è un regista molto particolare ma che cattura da subito.

A presto,

Bea

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