La vita è un battito d’ali

“Il peso della farfalla” di Erri De Luca

Pagine: 70

Editore: Economica Feltrinelli

Lingua: italiana

Questa è la storia di un uomo, solitario abitante di una piccola casupola sulle montagne, e di un camoscio, il fiero capo del branco dei suoi. Diciamo che la trama in questo breve romanzo non è l’aspetto fondamentale, tanto che possiamo riassumerla in un paio di righe: un cacciatore, sentendo ormai sulle spalle il peso degli anni, è deciso ad uccidere un ultima bestia prima di ritirarsi, il cosiddetto re dei camosci, famoso per la sua forza e fierezza dimostrata in vent’anni di dominio sul resto del suo branco, un esemplare di inusuale bellezza e mole. Il lettore segue quindi le azioni e i pensieri di quest’uomo e allo stesso tempo conosce anche, in alternanza, il pensiero dell’animale. Due filosofie di vita messe a confronto, quella umana e quella animale, che dovrebbero essere molto simili ma che in realtà, a causa della negligenza dell’uomo, si allontanano.

Critica allo stile di vita dell’uomo

A proposito dell’uomo che non riesce a carpire il valore profondo della sua esistenza e che invece continua a preoccuparsi del futuro perdendo così il presente, l’autore scrive questo: “Sono scarsi i sensi in dotazione alla specie dell’uomo. Li migliora con il riassunto della intelligenza. Il cervello dell’uomo è ruminante, rimastica le informazioni dei sensi, le combina in probabilità. L’uomo così è capace di premeditare il tempo, progettarlo. E’ pure la sua dannazione, perché dà la certezza di morire. […] L’uomo non sopporta la fine, dopo averla saputa si distrae, spera di avere sbagliato previsione.” In questo il confronto lo vince il mondo degli animali, i quali “sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza”. Nulla è più vero di ciò; nonostante i ragionamenti cervellotici e le proiezioni nel futuro che ci creiamo, non saremo mai preparati per le tappe obbligate della vita, come la morte, sulla quale non desideriamo nemmeno attardarci troppo a pensare. Quindi tutte le nostre preoccupazioni cosa riguardano in fin dei conti? Perché rovinarci il “giorno per giorno” a favore di un domani incerto e per questo angosciante?

Troviamo anche riflessioni sull’esistenza di un Dio, di un’entità che regoli e governi il cammino che ci è dato percorrere in questo mondo; il cacciatore trova confortante avere “qualcuno” a cui rivolgersi la sera, in mezzo al gelo della sua solitudine. Altri pensieri sulle leggi degli uomini, che sono molto specifiche e sembrano migliorare i rapporti tra simili; tuttavia gli animali risultano più civili, leali negli scontri e mai traditori. Erri De Luca ci insegna ad imparare da loro, sotto molti aspetti.

Elogio e poesia della natura

Nella loro semplicità compositiva, le frasi che l’autore destina per la Natura (non per niente con la N maiuscola) veicolano una serie di immagini vivide nella mente del lettore, che ritroverà quel rispetto per il mondo che ci è stato affidato, quella sorta di timida sottomissione di fronte alla grandezza della creazione. L’animale riesce a destreggiarsi bene nella Natura mentre l’uomo talvolta arranca e si trova scalfito dal vento metaforico della fatica. Al contrario, “gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne”. E’ un invito a cercare di fondersi con l’ambiente circostante, a viverlo davvero e a saperlo ascoltare, poiché “Gli alberi di montagna scrivono in aria storie che si leggono stando sdraiati sotto”.

L’uomo protagonista però non è ancora riuscito ad apprezzare questo mondo come dovrebbe; infatti la sua è una convivenza pacifica che non permette mai di approfondire la conoscenza l’uno dell’altra, come due violenti animali rinchiusi nella stessa gabbia che sono costretti ad accettare la reciproca presenza.

La donna

Il cacciatore della storia, che simbolicamente esemplifica il genere umano ma è isolato dal resto della società quel tanto che basta per permetterci di osservarlo oggettivamente, è sempre stato un solitario. Il calore umano non è di casa nel suo animo. Lui però si convince che “un piatto sottospora contiene poco però ha la base più larga, sta piantato meglio”, quindi chi ha meno affetti è meno esposto alle sofferenze, la sua scorza da duro è meno scalfita. Ma si tratta di una mera sopravvivenza dunque, quella dell’uomo che non conosce l’amore?

De Luca chiama a gran voce la donna come soluzione alla solitudine, un vero e proprio inno alla figura femminile. Ce la introduce in punta di piedi, mediante l’arrivo di una giornalista nella vita del cacciatore; questa nuova presenza scatena nell’uomo una serie di riflessioni su quanto la vita gli abbia dato fino a  quel momento, su quanto si sia permesso di prendere da essa. E se in tutto questo tempo si fosse dimenticato della cosa più importante, la famiglia?

“Un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, s’interrompe, una donna no. Davanti a lei si trova incalzato. […] una donna è quel filo di ragno steso in un passaggio, che si attacca ai panni e si fa portare. Gli aveva messo addosso i suoi pensieri e non se li scrollava. Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, è un uomo senza.”

La forza della donna è esaltata anche nel mondo animale che lo scrittore ci offre, in quanto protettrice fino alla morte dei suoi piccoli e valorosa compagna del re dei camosci.

L’uomo è animale, ma se ne dimentica

De Luca dipinge l’uomo come un animale che si è allontanato troppo da casa, da ciò che era, dalla sua connessione con ciò che lo circonda. Il fine ultimo del cacciatore è davvero abbattere il camoscio più bello degli ultimi vent’anni? Risiede in quello la sua ultima felicità? Il camoscio invece conosce il valore della vita, del rispetto; l’uomo no. Da lettore, si finisce per favorire la parte dell’animale, rispetto a quella del cacciatore, il quale viene compreso (perché si tratta di noi in realtà) ma non per questo apprezzato.

Alla fine del romanzo la resa dei conti finale: finalmente gli occhi del re dei camosci si incrociano con quelli del “re minore” (questo aggettivo non è utilizzato a caso dall’autore) umano. Il lettore deciderà a chi assegnare la vittoria, anche se è chiaro a tutti. Questa parte è il fulcro di tutto il testo, commovente ed estremamente simbolica; c’è chi si de umanizza e chi invece subisce il contrario.

 

Tutte queste riflessioni in sole 70 pagine. Sconvolgente il potere simbolico delle parole. Romanzo che si legge in un soffio e decisamente consigliato. Credo che comprerò altri titoli di questo autore. Se qualcuno ha voglia di lasciare un commento o di concentrarsi su uno spunto di riflessione che ho trattato, è ben accetto!

A presto,

Bea

 

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