La forza di un padre: quel che riesce l’amore

“La strada” di Cormac McCarthy

“Gli occhi spiritati in mezzo al cranio. Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. L’ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria. Spegne la luce e scompare. Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.”

Pagine: 218

Editore: Einaudi

Lingua: italiana

Trama

In un futuro post apocalittico, un padre e un figlio viaggiano in un mondo distrutto e incenerito a causa della negligenza dell’uomo; il genere umano si è quasi estinto e ciò che ne è rimasto si comporta in modo violento ed egoista con il prossimo. La meta dei due protagonisti è l’oceano (l’acqua come ritorno metaforico alla nascita), nel quale ripongono la speranza di un’esistenza migliore.

Figura del padre

Il padre e il figlio protagonisti di questo romanzo non hanno nome, sono lasciati volutamente anonimi e quindi con possibilità di generalizzarli; potrebbero rappresentare una  famiglia qualunque in questo mondo distrutto e ciò ci permette di approcciarci a loro pian piano, da estranei. Tuttavia non ci è possibile restare indifferenti  e astrarci dal provare affetto e pena. La narrazione così apparentemente asettica, paratattica e priva di abbellimenti aggettivali o comunque descrittivi in realtà è densa di significato in ogni parola.

Quello che li lega è un amore non sempre manifestato o dichiarato ad alta voce, ma realmente profondo. Il padre cerca con tutte le forze di offrire il meglio che quella vita desolata possa dare al figlioletto, ancora troppo piccolo per conoscere le disgrazie del mondo e per rinunciare alla spensieratezza felice da cui tutti i bambini dovrebbero essere avvolti. McCarthy sottolinea in modo straziante la disperazione in cui l’uomo annega giorno per giorno; per un genitore è inconcepibile non riuscire ad assicurare al figlio una vita serena e dignitosa, si sentirebbe un fallito. Ed è questo che si sente il nostro protagonista, anche se non si può mai permettere cedimenti, non si può mai mostrare debole di fronte al giovane, che dipende totalmente da lui. E’ stressante dover sempre stare all’erta per proteggere se stesso e il bambino dai pericoli che li circondano e doverlo fare tutto da solo lo logora sempre più. A questo proposito, possiamo leggere alcuni passi piuttosto commoventi in cui l’uomo piange silenziosamente da solo, cercando la forza di andare avanti.

Figura del figlio

Forza che non sempre è presente; infatti talvolta è lui a chiedere al bambino cosa dovrebbero fare, che strada dovrebbero intraprendere. Tutto questo smarrimento genitoriale si ripercuote sul piccolo, il quale si sente molto spaventato in quei momenti, dato che fa affidamento ciecamente sullo spirito di sopravvivenza del genitore. Solitamente è il figlio a cercare conferme, ad interrogarlo sulla vita, sulla morte, su chi sia buono a questo mondo e su chi non lo sia. Nella sua ingenuità non ha compreso del tutto la vita che negli utlimi tempi l’umanità è costretta ad affrontare; in fondo al suo cuore la cosa che vorrebbe più di tutte è un amico, un altro bambino come lui che lo faccia sentire meno solo. E il padre sa di non potergli dare questo, ma nemmeno tutto il resto.

Questo personaggio però si dimostra forte al termine del romanzo (che sottolineerà il passaggio dall’età fanciullesca a quella adulta, a causa di un avvenimento che accade) e durante tutto il corso della storia sostiene il padre in più occasioni, senza nemmeno rendersene conto, poiché in fondo sono l’uno l’unica compagnia dell’altro. Il piccolo rappresenta la misericordia che ancora non è svanita nell’animo umano (quando convince per esempio il padre a offrire cibo e coperte ad un vecchio di passaggio), l’ottimismo in un mondo che non ha più spazio per pensieri felici e il coraggio di amare anche in situazioni come quelle.

Natura vs Uomo

La natura ci è presentata da McCarthy come desolata, morente e ostile all’uomo; non offre più nulla: piantagioni, acqua, alberi, animali di cui nutrirsi …  Percepisco la scelta di restituirci una tale visione del mondo naturale come un monito alla nostra società; se continuiamo a sprecare le risorse naturali, ad inquinare senza riflettere la terra, le acque e l’aria che ci permette di respirare, l’amara fine cui andremo incontro sarà una Natura che si chiuderà in se stessa, si lascerà morire per mancanza di cure. E non ci sarà molto che potremo poi fare, per sistemare le cose. I due protagonisti non trovano quasi mai nulla da mangiare e bere e lottano quotidianamente per sopravvivere; le piogge sferzanti e improvvise, il gelo e il sole accecante non offrono mai sollievo. Quindi invece di un rispetto reciproco, Natura e umanità si “odiano”.

Inoltre questo deserto esteriore ricalca quello interiore, animo in cui fatica sempre più  a farsi strada un calore umano, un amore verso il prossimo e una speranza verso il futuro che, se non presenti, uccidono lentamente l’uomo.

Rapporto tra umani

L’uomo non solo non è connesso con la natura, ma nemmeno con i suoi simili; infatti tutti i superstiti a questo disastro ambientale si isolano egoisticamente e vedono il prossimo come possibile minaccia. Si rubano a vicenda quel poco che hanno e arrivano persino ad uccidersi, se qualche ostacolo si pone sulla loro strada. Per un giorno in più, sono disposti a qualsiasi cosa. Non tutti hanno la fortuna di spostarsi in gruppi, come il padre e il figlio; molti vivono soli, e come vale per un branco, chi è solo perisce prima.

L’abbandono

Ultimo tema della mia analisi è l’abbandono. Abbandono, come si diceva prima, da parte di ciò che ci circonda, dell’uomo nei confronti della vita come la intendiamo noi e della speranza, della capacità di amare. Abbandono anche da parte di Dio, ammesso che ne esista uno, come ci fa notare l’autore.

“Da non molto lontano non lo vedrebbero, vero, papà?

Chi?

Chiunque.

No. Da molto lontano, no.

Se volessimo far capire a qualcuno dove siamo.

Ai buoni, intendi?

Sì. O a qualcuno a cui vogliamo dire che siamo qui.

Tipo chi?

Non lo so.

Tipo Dio?

Sì, per esempio, una cosa così.”

Un’umanità lasciata sola, anche per propria colpa, da tutti, anche da chi dovrebbe proteggerla dall’alto e chi non dovrebbe permettere quel genere di mondo; soprattutto, come crede il padre, ad un bambino innocente, il quale non ha colpe per le negligenze dei suoi predecessori.

Ultimo tipo di abbandono è quello che riguarda la madre del bimbo e moglie del protagonista. All’inizio di questo cataclisma ambientale, quando si cominciava a rendersi conto della portata dell’evento, la donna tenta di farsi forza per il figlioletto e per il marito, prova a conservare un minimo di ottimismo per andare avanti. Purtroppo non se la sente, non riesce a sopportare quella mera esistenza che andrà sempre peggio, che sconfinerà nell’oblio. Decide così, comunicandolo all’uomo, di togliersi la vita. Scarica il peso della famiglia al padre, che deve perciò far fronte al dolore della perdita della donna amata e alla difficoltà di crescere da solo un figlio su questa Terra, che ormai è solo un ammasso di cenere e morte. Cenere che troviamo anche, mediante parecchie descrizioni dell’ambiente, sulla strada, che poi da il titolo all’opera. Rappresenta il cammino di ogni uomo attraverso la vita e verso la fine di questa. Qualunque cosa succeda, il padre e il figlio ritornano però a battere la strada, a trascinarsi in avanti, a cercare di combattere il male. Ed è questa la piccola speranza che l’autore ci lascia.

 

Qualcuno di voi ha letto questo romanzo, a mio parere destabilizzante ma bellissimo? Ho scelto di acquistarlo in seguito alla visione della trasposizione cinematografica di John Hillcoat, che vede come protagonisti Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee. Pellicola stupenda, commovente già dai primi minuti. Inutile dire che vi consiglio vivamente entrambi!

A presto,

Bea

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