Un sapere per cui uccidere

“Lucy” di Luc Besson, 2014

Trama

Lucy Miller è una studentessa venticinquenne che si trova a Taipei; si ubriaca e fa uso di sostanze stupefacenti, quindi la sua è una vita sregolata. Un giorno il suo ragazzo la obbliga a consegnare una valigetta a nome suo, ammanettandola all’oggetto dal contenuto misterioso. Lucy viene rapita da un gruppo di criminali coreani; il loro capo è lo spietato boss Mr. Jang, che ordina di operarla ed inserirle nello stomaco un sacchetto contenente una nuova droga sintetica potentissima (il CPH4) facendo quindi della donna un corriere vivente. Prima della partenza però uno degli uomini di Jang la pesta violentemente e il sacchetto nell’addome malauguratamente si lacera: la sostanza comincia a circolarle in corpo, con effetti strabilianti sul piano fisico e mentale.

Il cast

I protagonisti sono pochi, nonostante possa sembrare il contrario a causa delle numerosissime comparse presenti; troviamo Scarlett Johansson nel ruolo di Lucy Miller, giovane studentessa sbandata che all’improvviso si troverà costretta a fronteggiare dei pericoli e delle responsabilità più grandi di lei. Il cambiamento nell’approccio recitativo dell’attrice dall’inizio del film (quando è ancora una ragazza comune) fino alla sua trasformazione fisica è notevole: i sentimenti così chiari e limpidi sul suo volto, il pianto e la paura che prova quando è rapita dal boss coreano, d’un tratto diventano fredda indifferenza e glaciale consapevolezza di sé. Mi è piaciuto molto come la Johansson ha interpretato questa donna in tutte le sue sfaccettature.

Morgan Freeman è invece il Professor Samuel Norman, colto studioso universitario e ricercatore della mente umana e dei suoi utilizzi; uno dei più informati in materia (è il motivo per cui Lucy decide di rivolgersi a lui per farsi aiutare), rimane affascinato dal prodigio mentale della giovane donna. Freeman ha anche una funzione narrativa all’interno della storia, poiché spiega i fondamentali dell’evoluzione contemporaneamente ai presenti delle sue conferenze e agli spettatori, introducendo la vicenda e aggiungendo una certa scientificità a ciò che accade alla donna, così come verosimiglianza. Inutile dire che un attore che è stato credibile anche nei panni di Dio (“Una settimana da Dio”, di Tom Shadyac), di certo non può fallire nemmeno in quelli di uno scienziato.

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Proseguiamo con il diabolico boss Jang dal ghigno spaventoso, impersonato  da Min-sik Choi; un cattivo in tutto e per tutto e fino alla fine; senza scrupoli per nessuno, nemmeno per i suoi collaboratori, uccide a destra e a manca e, credetemi, spaventa anche se si esprime solo in coreano per tutto il tempo!

Lucy

 

Per ultimo Amr Waked, il francese capo della polizia Pierre Del Rio, che si offrirà insieme ai suoi uomini di aiutare Lucy nel raggiungimento del suo scopo.

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Il potere della scienza

Le interrogazioni fondamentali dell’uomo: lo scopo della vita, cosa c’è dopo la morte, le questioni sulla religione e sulla scienza. Ecco, è proprio su tutti questi elementi che la pellicola si basa. Lucy all’inizio è una ragazza senza un chiaro obiettivo nella vita, non sa quello che vuole e non ha fiducia nelle sue capacità, altrimenti non butterebbe alle ortiche le mille possibilità che potrebbero migliorare la sua quotidianità. Quando viene rapita è spaventatissima, teme di essere assassinata e chiede pietà al boss coreano; invoca perfino Dio nel momento in cui è costretta ad aprire la valigetta, che potrebbe contenere un esplosivo. Di scienza sembra non conoscere molto, men che meno sul funzionamento “scientifico” delle droghe sul corpo umano.

Tutto questo cambia radicalmente quando la sacca di CPH4 le si riversa nello stomaco, provocandole fortissimi spasmi e un cortocircuito fisiologico momentaneo, che metaforicamente può essere visto come una morte e una rinascita, più consapevole del proprio corpo, con uno scopo nella vita, al di là della sfera personale e a conoscenza di un disegno più grande (come Dio?), fiduciosa nella scienza e nelle sue incredibili opportunità. Besson prova a farci immedesimare in Lucy: se succedesse a noi tutto questo? Se in una tranquilla giornata venissimo costretti a consegnare della merce ad un boss mafioso, fossimo rapiti e obbligati a sottostare alle sue regole, fossimo operati per trasportare sacche di sostanze pericolosissime nel nostro addome? Una situazione difficile anche solo da immaginare, ma che Lucy riesce a razionalizzare in qualche modo e a girare a suo favore. Una visone della scienza bipartita, buona e cattiva al tempo stesso, utile e necessaria per il progresso dell’umanità ma pericolosa e preziosa, tanto che per possederne la conoscenza si è disposti ad uccidere e a morire.

Come nella savana

Già dalle primissime scene del film, lo spettatore si trova davanti alla natura selvaggia, uno scorcio di savana che vede al centro dell’azione dei ghepardi cacciatori e delle antilopi prede, che illustrano le parole del Professor Norman riguardo all’evoluzione alla lotta della sopravvivenza. Allo stesso tempo però queste immagini causano un sentimento di straniamento, poiché effettivamente non fanno parte della trama né per soggetti né per ambientazione; è presente una lunga sequenza che alterna continuamente l’inquadratura sul viso impaurito di Lucy e sulla stanza d’hotel piena di malviventi e queste scene di caccia animale, con stacchi improvvisi e un ritmo serrato e angosciante. Capiamo che sta per accadere qualcosa di spaventoso alla donna, la nostra inquietudine cresce con la vista del ghepardo che si nasconde assetato di sangue, non ci sono dialoghi o suoni; un silenzio di attesa che predice il peggio.

Questo incipit mi è sembrato originale e perfetto per immergere sin da subito lo spettatore nel mood del film, anche se inizialmente può sembrare senza senso e fuorviante. Ci fa pensare, col senno di poi, che l’uomo è nato come animale e in quanto tale preserva la sua sopravvivenza a discapito di quella altrui, proprio come un predatore della savana. E’ pur vero che la civiltà è giunta tra noi a salvarci dalle nostre stesse brutalità, ma non dappertutto e non sempre nell’esistenza di un uomo; Jang e i suoi uomini sembrano non sapere nemmeno cosa sia, non hanno pietà o una morale: uccidono e si muovono per i loro scopi senza dare peso alle tragedie che lasciano dietro di loro. Ma come purtroppo ben sappiamo, questo è il mondo di oggi, talvolta crudele e spietato; la Dea della Giustizia che si volta dall’altra parte mentre prosegue il massacro. E’ qui che entra in gioco Lucy, che nel suo piccolo (che per l’umanità è comunque grande, grandissimo) tenta di riportare all’ordine il caos e di trasformare ciò che le è accaduto in qualcosa di buono, di utile alla comunità. Un messaggio forte quello del regista: chiunque sia vittima di ingiustizie e violazioni non è costretto per forza a diventare anch’egli ‘cattivo’ e sfogare su altri il dolore che gli è stato inferto precedentemente, ma può trovare nelle sue acquisite esperienze e possibilità il modo di aiutare il prossimo. Importantissimo anche l’incontro tra la donna e Lucy, il famosissimo australopiteco preistorico; non a caso il nome è lo stesso.

Annientamento di sentimenti

La ragazza passa da un sovraccarico di emozioni nella parte iniziale della storia, quando è rinchiusa nella stanza d’albergo dei coreani e viene sottoposta a torture emotive e fisiche, al momento post trasformazione, ovvero quando diventa la versione cyborg 2.0 di se stessa, più forte, anaffettiva e determinata a riportare l’ordine. E’ determinata per esempio a conoscere meglio la natura del suo essere e quindi contatta uno dei professori più studiosi della materia; a fermare i malviventi mafiosi; ad impossessarsi della droga presente nei corpi di altri tre corrieri, rapiti e obbligati proprio come lei, ma che non hanno subito il riversamento della sostanza all’interno dello stomaco. Non capiamo mai del tutto se Lucy voglia impossessarsi della sostanza rimanente per egoismo e per necessità fisiologica o per un bene più grande, fino agli ultimi momenti della pellicola. Un personaggio difficilmente inquadrabile in ‘buono’ o ‘diabolico’ e per questo ancora più interessante ed affascinante per lo spettatore. Lucy avrà mantenuto dei sentimenti negli angoli remoti del suo cervello oppure ciò che la muove è solo una missione da cyborg robotico? L’eventuale assenza di sentimenti è un bene al fine dell’oggettiva ricerca scientifica oppure toglie quell’umanità necessaria all’uomo anche in questo campo? Domande che solo la visione del film potrà chiarire.

 

 

 

Che dire, un film particolare che però mi è piaciuto, perchè mi ha dato modo di riflettere su temi all’ordine del giorno. Voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

A presto,

Bea

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3 thoughts on “Un sapere per cui uccidere

  1. Visto, con tanti buoni propositi perchè ne avevo sentito parlare molto bene. Un pò però mi ha deluso, nell’evoluzione così repentina delle vicende. Mi sarei attardata di più su alcune scene…
    La recitazione dei protagonisti è stata fantastica 🙂
    In generale gli darei un 4 su 5!

    Liked by 1 persona

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