Quando “esserci” salva il prossimo

“Thirteen reasons why – Tredici” di Brian Yorkey, 2017

Chiude gli occhi. Respira a fondo. Per l’ennesima volta Hanna si ritrova in lacrime, rannicchiata in un angolo della sua stanza. Si chiede dove abbia sbagliato ancora, cosa abbia detto per inimicarsi tutte quelle persone. In fondo lei voleva solo integrarsi, non essere più additata come “la ragazza nuova”; desiderava degli amici sui quali contare. Ma ora si trova lì, sul bordo della vasca da bagno, decisa ad interrompere la sua giovane vita.

La liceale Hannah Baker si suicida, ponendo fine a quelle che per lei sono diventate sofferenze insormontabili. Qualche giorno dopo un suo compagno di classe al quale era legata, Clay, trova un pacco davanti alla porta di casa: contiene sette audiocassette registrate dalla stessa Hanna, nelle quali spiega i 13 motivi per cui ha deciso di portare a termine la sua esistenza, e Clay è uno di quelli. Sconvolto e determinato a scoprire il suo ruolo e quello dei suoi compagni di classe nella vicenda, comincia ad ascoltare le cassette, rivivendo passo dopo passo l’incubo quotidiano che ormai aveva attanagliato la ragazza. Hanna ci aveva provato a superare le piccole malignità e gli scherni a cui era sottoposta regolarmente, in seguito ad una sua foto imbarazzante che era cominciata  a circolare per tutto il liceo. Aveva provato a farsi conoscere e a spiegare la sua versione dei fatti, ma nessuno le aveva mai creduto. I genitori, concentrati sui problemi economici della famiglia, non avevano scorto il disagio della figlia, così come l’incompetente counselor scolastico, al quale Hanna si era rivolta sperando in un ultimo, disperato salvataggio, prima di convincersi di morire. Quando la Baker registra le cassette e ripercorre dolorosamente tutti gli episodi più tristi del suo ultimo periodo; nonostante la mancanza di obiettività che la porta a compiere quel gesto disperato, vede le cause della sua azione molto chiaramente: bulli. Ragazzi che trovano la loro vita così poco gratificante da sentirsi in dovere di rovinare quella di qualcun altro. Ragazzi frustrati, problematici, circondati da complici e molto popolari, ma che in fondo sono profondamente soli. Hanna lo aveva capito: alcuni dei ragazzi che la avevano derisa ogni singolo giorno nei corridoi del liceo o le avevano negato l’amicizia e il supporto di cui lei aveva estremamente bisogno, avevano una vita lontana dal’essere perfetta. Per questo si chiedeva perché stessero distruggendo giorno dopo giorno la sua felicità, la sua fiducia nel prossimo e la sua voglia di vivere, invece che cercare di supportarsi a vicenda. Ed è così che sono nati i nastri registrati su Justin, Jessica, Alex, Tyler, Courtney, Marcus, Zach, Ryan, Sheri, Bryce, Clay e Mr. Porter. Ognuno di loro, lentamente ma inesorabilmente, ha contribuito alla sua distruzione.

Ciò che è successo ad Hannah corrisponde al triste epilogo che milioni di ragazzi affrontano ogni giorno ed è profondamente sbagliato: la vita è fatta di sofferenze, ostacoli che ci fanno credere che questa volta sia quella fatale, senza la forza di rialzarsi più. Ma decidere di morire per delle ragioni così, per un bullismo compiuto da ragazzi che sono soprattutto carnefici ma anche vittime delle loro stesse situazioni familiari e relazionali disastrose, immaturi e inconsapevoli che ad ogni parola o azione corrisponde una conseguenza, non è accettabile. E’ una storia sull’amicizia, quella che rimane e quella negata, sull’abuso fisico, sull’incapacità degli adulti di aiutare concretamente i propri adolescenti, sull’inadeguatezza frequente della scuola di proteggere i suoi studenti. Ma soprattutto una dimostrazione, non così tanto estremizzata, dei flagelli del bullismo nel mondo giovanile. Ognuno di noi può, deve, guardarsi dentro, chiedersi se abbia mai detto quella parola in più senza importanza che però per chi stava soffrendo è stata un’ulteriore pugnalata al cuore oppure chiedersi se sia stato testimone di un atto di derisione e non abbia preso le parti del soggetto indifeso. In quanti possono dirsi davvero immacolati, innocenti? In un mondo bombardato dai media e dalla parola, spesso inutile e abusata, abbiamo perso la capacità di dare valore ad ogni frase che pronunciamo. Se ogni parola porta con sé una conseguenza, dobbiamo riappropriarci della nostra umanità.

Il cast

Il cast è composto da giovani attori a mio avviso molto bravi, affiancati dagli interpreti dei loro genitori ed insegnanti. Dylan Minnette è Clay Jensen, il timido ed introverso che si è presto innamorato di Hannah. Un personaggio sfaccettato: fragile, isolato, determinato, rancoroso; mi è piaciuto moltissimo, come il suo lungo discorso nelle ultime puntate: da brividi.

Katherine Langford è la protagonista Hannah Baker, adolescente sola, troppo debole per le cattiverie del mondo, testarda e colpevole anch’essa di errori che avrebbero potuto salvarla, se non commessi. Il suo personaggio ci insegna che nessuno è soltanto vittima o soltanto carnefice, nessuno è completamente buono o cattivo, come spesso ci viene fatto credere nelle serie tv dedicate ai più giovani. Ognuno può presentare lati affettuosi, crudeli, caritatevoli e privi di compassione al tempo stesso, a seconda della situazione nella quale si trova costretto ad agire. Ho osservato attentamente la Langford nel suo tentativo di rappresentare tutti i lati più nascosti della sua Hannah, e credo ci sia riuscita.

Ora una breve carrellata di tutti gli altri principali protagonisti dei nastri di videocassette che la Baker nomina: Christian Navarro è Tony Padilla, il saggio e misterioso migliore amico di Clay; Alisha Boe è la spumeggiante ed incosciente Jessica Davis; Brandon Flynn è il popolare e problematico Justin Foley; Justin Prentice è l’odiatissimo ed arrogante Bryce Walker (se volete sapere perché, non vi resta che recuperare la serie); Miles Heizer impersona il nuovo arrivato Alex Standall, che fatica ad adattarsi. Ross Butler l’atletico e benestante Zach Dempsey. Devin Druid l’emarginato sociale Tyler Down.

Una menzione speciale per i genitori di Hannah Baker, impersonati da Brian d’Arcy James / Andy Baker e da Kate Walsh alias Olivia Baker. Ho potuto percepire la loro sofferenza di genitori nel prendere consapevolezza volta per volta di non poter salvare la figlia; le preoccupazioni economiche per il negozio, la disperazione con la quale cercano indizi e prove in seguito alla morte di Hannah. Insomma, due personaggi credibili e ben costruiti.

 

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I colori

Un espediente che si nota sin da subito per far capire agli spettatori se una determinata scena si stia svolgendo nel passato (quando Hannah era ancora viva) o nel presente (mesi dopo, nel momento in cui Clay comincia ad indagare e a venire a conoscenza di tutti i fatti) è dato dal cambio di colori. Nel passato i colori che avvolgono i protagonisti e gli ambienti sono caldi, saturi e vibranti. Indicano dinamicità, vita, nel nostro caso speranza. Nel presente invece tutto è più cupo, buio e spento; ora l’unica azione possibile è cercare di scoprire tutta la verità.

In ogni caso viene sempre fatto capire il salto temporale, anche grazie ad una cicatrice sulla fronte che Clay si procura cadendo dalla bicicletta e che ci fa inquadrare subito le scene in cui è visibile come postume alla morte di Hannah.

 

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Considerazioni generali

Questa serie mi è piaciuta moltissimo: è toccante, profonda e straziante. Non sono d’accordo con chi la colpevolizza di istigazione al suicidio, che non è qui presentata come l’unica soluzione possibile in caso di disagi psichici, ma come l’UNICA SOLUZIONE POSSIBILE PER HANNAH, che è ben diverso. Ci mostra come purtroppo una ragazza vittima di bullismo e già parecchio fragile mentalmente non sia riuscita a superare dal punto di vista emotivo una situazione che la stava schiacciando sempre più. Ma non deve finire sempre così: le alternative, vicine e al tempo stesso irragiungibili, sono rimaste lì dall’inizio alla fine. Un invito alla riflessione, all’osservazione più attenta di ciò che ci circonda, a non giudicare senza sapere. Un tentativo di salvarci a vicenda, di, come dicevo all’inizio, riprenderci la nostra umanità.

 

 

 

 

A presto,

Bea

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6 thoughts on “Quando “esserci” salva il prossimo

  1. L’ho trovata anche io una serie fantastica e ne ho parlato qualche tempo fa sul blog. Assolutamente da vedere.
    Come dicevi tutti gli attori sono stati molto bravi, sono riusciti a farmi sentire ogni emozione 🙂

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    1. Sì, gli attori molto bravi! 🙂 Non sono sicura di volere una seconda stagione: forse avrei preferito una conclusione con la morte della protagonista. Di sicuro comunque sono curiosa di vedere cosa hanno pensato i produttori e se sono riusciti ad eguagliare (o superare) i contenuti che fino ad ora abbiamo visto 🙂

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      1. Sarà difficile tenere il confronto con la prima stagione. Per la prima volta non mi pesano quelle domande senza risposta perché il finale è stato molto bello. Detto questo quando uscirà la seconda la guarderò lo stesso 😉

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  2. Io non l’ho vista e pensavo di non vederla, mi era sempre stata presentata male come serie. Questo articolo mette in evidenza tutti i punti positivi e in particolare nella prima parte ne hai parlato benissimo. Credo che adesso le darò una possibilità! 😊

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